Il recupero di una denominazione storica: Chianti Classico Docg

Dopo più di un mese di silenzio torno a scrivere un pezzo per La Cinta, e riparto da una delle denominazioni che più porto nel cuore: Chianti Classico, la mitica zona del black rooster. 

Mi è già capitato di raccontarvi qualcosa riguardo questa DOCG parlando dei vini di Caparsa (http://lacintamilanese.blogspot.it/2011/10/caparsa-vini-veri.html). Li avevo definiti "vini veri". Ritorniamo allora, con quello stesso spirito di ricerca, in quei paesi, tra quei colli coloratissimi, in mezzo a quella natura selvaggia ma eccezionalmente modellata dalla mano sapiente dell’uomo toscano. 

E sia mai che capiti anche a voi di passare un’estate, come il sottoscritto ha fatto insieme alla sua dolcissima fidanzata, baciati dalla luce del tramonto chiantigiano tra Castellina in Chianti, Gaiole, Greve e Radda. Non ne rimarrete delusi, ve lo assicuro. Senza dimenticarvi ovviamente il passaggio obbligato all’Osteria Le Panzanelle di Lucarelli: penso che la mia espressione in foto qua sotto dica tutto (con una Fiorentina coccolata da un Castell’in Villa Riserva 2004 incredibile).


L'origine del nome Chianti è incerta. Secondo alcuni nasce dal termine latino "clangor", che significa rumore, per celebrare la confusione creata dalle battute di caccia. Secondo l'interpretazione "filoetrusca", il nome deriverebbe dalla parola "clante". Oltre ad essere un nome diffuso presso le antiche famiglie etrusche, era un vocabolo che stava a significare anche acqua, di cui la zona era ricca. Senza dilungarci troppo nella storia di questo vino, facciamo due nomi che avete l’obbligo di stamparvi in testa: Cosimo III de' Medici, Granduca di Toscana e Bettino Ricasoli, Barone di Brolio, Sindaco di Firenze e secondo Presidente del Consiglio del Regno d’Italia dopo Camillo Benso Conte di Cavour.
Al primo dobbiamo la delimitazione delle zone entro le quali potevano essere prodotti alcuni tipi di vino tra cui il Chianti. Al secondo, invece, quella formula che rese famoso il Barone di Brolio nonché il vino che diventò poi l'odierno Chianti Classico. Guardate cosa scriveva il nostro Bettino il 26 settembre 1872 al Professor Studiati dell'Università di Pisa: "Mi confermai nei risultati ottenuti già nelle prime esperienze cioè che il vino riceve dal Sangioveto la dose principale del suo profumo (a cui io miro particolarmente) e una certa vigoria di sensazione; dal Canajuolo l'amabilità che tempera la durezza del primo, senza togliergli nulla del suo profumo per esserne pur esso dotato; la Malvagia, della quale si potrebbe fare a meno nei vini destinati all'invecchiamento, tende a diluire il prodotto delle due prime uve, ne accresce il sapore e lo rende più leggero e più prontamente adoperabile all'uso della tavola quotidiana...". Questa è la vista che si può ammirare dal suo castello nel mese di luglio. 


Arriviamo alla degustazione fatta con gli amici dell’Associazione comasca Vampiri della Vigna. Serata molto intima, con 35 persone presenti, tutti alla scoperta di 4 grandi prodotti della denominazione. Andiamo in ordine di servizio:

Le Porte di Vertine 2006 

Siamo di fronte alla prima annata di produzione di un Chianti Classico che ha avuto la fortuna di avvalersi dei preziosi consigli del leggendario Giulio Gambelli, recentemente scomparso e a cui va sempre, per noi appassionati del vino, la massima riconoscenza. La storia della Porta di Vertine comincia nel 2006 quando Dan ed Ellen Lugosch acquistano un vigneto a forma di anfiteatro nel borgo di Vertine, a Gaiole, nella zona del Chianti Classico. Un bel bere non c’è che dire, tradizionale, apparentemente “scorbutico”, con un’acidità presente ma ben equilibrata nelle morbidezze. Il colore rubino intenso e leggermente sfumato verso il granato, il profumo floreale e fruttato ancora giovane, la freschezza e il tannino deciso, il sangiovese maschio che non le manda a dire a nessuno…tutto questo ci dice un qualcosa di fondamentale: siamo di fronte a un’azienda che pensa il vino nel lungo termine. Da dimenticare in cantina. Dopo averne preso un bel bancale.

Monteraponi 2007

Michele Braganti di Monteraponi, 30.000 bottiglie circa all’anno, quasi esclusivamente Chianti Classico. Monteraponi è un antico borgo Medievale circondato da vigneti e uliveti e situato sul poggio omonimo che si trova nella più boscosa e "selvaggia" parte del Chianti Classico, a soli 4Km da Radda, nella valle che degrada verso il fiume Arbia, e si estende su di una superficie di 112 ha. Ecco un altro vino che pesca a piene mani dalla tradizione storica della Zona Classica. Sangiovese la fa da padrone, poi Canaiolo. Cemento senza controllo della temperatura e senza aggiunta di lieviti nel mosto. Rubino più fitto del precedente, con una lucentezza molto piacevole. Al naso è la tipicità di queste zone che vince. Ed è un piacere fatto di viola, ciliegia, frutti di bosco. Un pizzico di speziatura, forse un passaggio in barriques? Sensazione che mi son appuntato in testa ma che non ho ancora verificato. Ditemi voi. Quello che posso dirvi io è che questo è un vino schietto, abbastanza persistente, intenso e con un equilibrio ancora in divenire. Tannini non fastidiosi ma presenti. Sicuramente in abbinamento con un bel ragù di cinghiale sui pici fatti a mano fa la sua gran bella figura.

Bandini Villa Pomona Riserva 2007

Eccoci a Castellina in Chianti, ecco la prima e unica Riserva della serata. Perché servirla prima? Perché per ultimo ho preferito lasciare un cru che si è espresso in sol 524 bottiglie. Va centellinato. Ma vediamo questo Villa Pomona, Sangiovese 100%, 7500 bottiglie prodotte, maturazione in botti di rovere di Slavonia da 5-10 hl per 20 mesi e affinamento in bottiglia di 6 mesi. Colore rubino didattico, trasparente. Al naso sentori caratteristici del Chianti Classico. Frutti di bosco, ciliegia, viola mammola, ma anche cuoio, un pizzico di cacao, chiodi di garofano e un piacevolissimo terroso. Alcool perfettamente integrato, sia al naso che in bocca. In bocca l’attacco è sbilanciato sulle durezze, con un tannino da farsi ancora e un’acidità che spalleggia egregiamente il tutto. Ci ritrovo gli stessi sentori percepiti al naso, una bella lunghezza, fine ed elegante. Col senno di poi, dopo aver degustato anche il quarto Chianti Classico della serata, mi sarei aspettato un qualcosa in più da una Riserva. Rimane comunque un prodotto eccellente da abbinarsi su una selvaggina ben speziata e saporita, non sfigura.
Antico Lamole Vigna Graspoli 2007

Non lo conoscevo. Lo ammetto. Ora non smetto di sognarlo la notte. Grospoli è una vigna di circa un ettaro occupata esclusivamente dal Sangiovese e situata sui terrazzamenti restaurati di Lamole. Grospoli è l’apoteosi della serata. Pochissime bottiglie prodotte, siamo di fronte alla 239 – 240 – 241 – 242 – 243, cinque bottiglie perfette. Lo si versa nel calice e già la stanza si inebria di violetta, ciliegia, fragola, mirtillo, rosa rossa. Bellissima limpidezza, la luce sembra venire dal vino. Consistenza buona. Al naso viene confermata l’intensità mirabolante percepita durante il servizio. Destinato a un futuro di complessità gusto-olfattiva. Quando tra 5 anni virerà verso i sentori terziari e completerà il bouquet, vi troverete di fronte a un sicuro campione che non sfigura già ora di fronte a nessuno. In bocca è equilibrato con un tannino serico che accarezza il palato. Pieno, gustoso, né marmellatoso né dolciastro. Ammirevole la corrispondenza dei profumi e il continuo rimando alle terre chiantigiane. Vino che commuove, non mi vergogno a dirlo. Peccato averlo conosciuto solo ora, felice di averlo condiviso con altre 35 persone. Finalmente una certezza nella vita: entro fine anno noi andiamo a trovarli.


Stefano Novati

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