Non prendiamoci troppo sul serio

Una passione che ci unisce da qualche annetto e che ci ha fatto girare per ristoranti alla ricerca di una convivialità perduta. Amanti del mangiar bene, non a tutti costi "alto", ci troviamo a scrivere le nostre impressioni su quei locali che ci hanno lasciato qualcosa, ci hanno incuriosito, coccolato...tutti con un fattore in comune, la genuinità...

sabato 10 dicembre 2011

Brunello, mon amour


Rientro in carreggiata con quattro chiacchiere sul Brunello di Montalcino, sulla sua genesi, la sua recente caduta, e la sua infinita capacità di rialzarsi e di stupire sia appassionati che non. Un’annata, quella che vi racconterò, definita eccezionale dallo stesso Consorzio (208 membri per 2'100 ha) alla pari dei grandissimi (e più che longevi) millesimi 1997 e 2006. Annata 2004.

Scrivere di Brunello significa sottintendere – non è questo infatti il luogo per affrontare ciò – la storia di Montalcino e le lotte tra Firenze e Siena tra il 1200 e il 1500. Esisteva forse già in quei secoli in quelle zone un vino a base sangiovese, però non era ben identificato né caratterizzato. Altra storia quella del Chianti Classico o dei vini Medicei o di quel “vino che tra tutti è il re” alias Vino Nobile di Montepulciano. Arriviamo nella seconda metà dell’800 quando un giovane garibaldino, Ferruccio Biondi, nipote di Clemente, figlio di Jacopo Biondi e Caterina Santi, grazie a un’operazione prima culturale nella propria testa – voleva fare bene un vino che suo nonno Clemente, dottore in Farmacia e profondo conoscitore delle Scienze e della Chimica, aveva già intuito come potenzialmente grande – , si mise a selezionare le viti a maggior resa qualitativa e a concepire degli standard produttivi molto rigidi. Selezione clonale diremmo oggi. Il vitigno è il Re dei vitigni italiani, sanguis Iovis, morellino, prugnolo gentile, brunello. Nel nostro caso il Sangiovese grosso. Ma è grazie al figlio di Ferruccio, Tancredi Biondi-Santi, che il Brunello esplode nei mercati nazionali prima e internazionali poi. Arrivando oggi ad essere uno dei pochi vini italiani ad esser venduto en primeur, ancor prima dell’imbottigliamento, sulla scia dei grandi vini di Bordeaux. È notizia recente invece, purtroppo, l’inchiesta denominata Brunellopoli, facciamo nomi e cognomi non tanto per mettere alla gogna ma per rispetto del consumatore finale: Lamberto Frescobaldi, proprietario della cantina Castelgiocondo, ha patteggiato 3 mesi di carcere (convertiti in pena pecuniaria) mentre l’enologo dell’azienda, Nicolò D’Afflitto, un mese. Affronterà tutti i gradi di giudizio invece, Giampiero Pazzaglia della società Argiano. Paul Rudolf Harri, ex enologo dell’azienda Banfi, è stato prosciolto dall’accusa di false comunicazioni al pubblico ministero. Patteggiano una pena rispettivamente di 16 e 12 mesi il direttore del Consorzio del Brunello di Montalcino Campatelli e l’ex presidente Fanti. Arriviamo ai giorni nostri, fra le mani il disciplinare di produzione, attaccato da molti, aggirato da alcuni (puniti), ma che ancora rimane baluardo di storia, tradizione e cultura produttiva di Montalcino e dei suoi produttori. Le aziende coinvolte nello scandalo invece, tagliavano i loro vini con percentuali variabili di merlot e cabernet. Per inseguire il gusto dominante del mercato, dimenticandosi dell’aspetto più importante del Brunello, e cioè quell’essere intimamente legato alla storia di Montalcino, al lavoro e ai sogni della sua gente.

Torniamo a noi, parliamo di vini bevuti adesso. Quattro prodotti, quattro produttori differenti, annata unica, 2004. Tre Brunello di Montalcino DOCG “base” e una “Riserva”.


a) Brunello di Montalcino DOCG Castiglion del Bosco 2004
Partiamo con un vino “moderno”, già nel versarlo si nota quella compattezza del colore, quella scarsa trasparenza che non è nella tipicità del sangiovese. Al naso immediatamente il classico sentore del legno, della barrique. Naso internazionale. Non ne sono un estimatore, proviamo però a lasciar da parte i pregiudizi e scopriamo questo prodotto. Alla vista si palesa con un rubino molto lucente, di buona consistenza. All’olfatto, come già detto, trovo una nota vanigliata che mi accompagnerà anche nel momento gusto-olfattivo. Per il resto frutti rossi, frutti di bosco, un qualcosa di floreale e poco altro. Buona l’intensità, buona la finezza, buona la complessità: indicatori comunque di un vino ben fatto e che ci fanno ben sperare per la fase successiva. Un sorso in bocca e ci si ferma con un po’ di stupore. Tannino aggressivo, molto verde, acidità in evidenza, alcol ben presente, vino un po’ squilibrato, mi piace poco. Ma la botte piccola? Mi aspettavo un vino polposo, molto morbido, e invece a cosa sono di fronte? Ci ritrovo la vaniglia, piccoli frutti rossi, corto, e quello sbilanciamento eccessivo verso le durezze che ancora non capisco. Che strano. Giovane, decisamente, da dimenticare un 5-10 anni ancora. Lo abbinerei con un primo piatto della tradizione senese, pici al ragù di cinghiale.


b) Brunello di Montalcino DOCG Poggio Salvi 2004
Secondo vino, botte da 20hl, nessuna barrique. Così almeno si legge sull’etichetta. Proviamolo subito: rosso rubino intenso con un principio di granato sull’unghia, buona consistenza, limpido. Portiamo il calice al naso e siamo sommersi da un’ottima intensità e dai sentori classici del sangiovese grosso: marasca, un pizzico di floreale. Ecco ancora una nota vanigliata che emerge sul finale. Strano, il sito del produttore mi conferma la botte media in rovere di Slavonia. Ottima struttura nell’impatto gustativo, alcol ben incorporato ed equilibrio decisamente migliore rispetto al primo. Buona freschezza ma polialcoli e zuccheri presenti a sostenere le morbidezze. Delicato, molto più elegante del Castiglion del Bosco, purtroppo non di grande persistenza aromatica. Un Brunello più tradizionale con un po’ di puzzetta al naso, forse ha bisogno di ancora qualche ora per aprirsi, lasciamolo lì. Ci abbinerei del pecorino o altri formaggi stagionati. No?


c) Brunello di Montalcino DOCG Tenuta Il Greppo Biondi Santi 2004
Di fronte a un Biondi Santi, anche se non è una Riserva, ci si avvicina sempre con profondo rispetto. Sia chiaro, non con soggezione, ma con la consapevolezza che siamo di fronte alla storia di questa denominazione. Per cui la valutazione si fa più severa. Lo verso nei calici, splendido esempio di sangiovese di razza, la sua trasparenza, il suo rubino tendente al granato, l’ottima lucentezza, mi fanno subito presagire grandi momenti nelle fasi successive. Aperto 2 ore prima di servirlo, Franco Biondi Santi consiglia di aprirlo almeno 8 ore prima. Vediamo se ne uscirà penalizzato. Ispirando velocemente posso subito coglierne la difficoltà nell’approccio: non rientra nelle categorie classiche, ha bisogno di uno sforzo in più da parte nostra per farsi capire. Vigneto in fioritura, frutta rossa, ma soprattutto già un qualcosa di terziario, cuoio, un pizzico di goudron e poi di pietra focaia. Forse un pizzico chiuso come sentori, mea culpa, che richiamano, senza per questo screditarlo, profumi legati al pollame e al formaggio di fossa. Son un po’ confuso, mi aspettavo un trionfo in intensità e in eleganza, invece mi ritrovo di fronte questa “puzzetta”. Provo anche dall’altra bottiglia, prodotto identico. Non so cosa aspettarmi dalla fase gusto-olfattiva, mi avvicino con curiosità. Splendido, attacco deciso, maschio, tannino perfetto. Vino di grande longevità, senza dubbio, lo si capisce dalla splendida presenza dell’acidità. Equilibrio quasi ottimale, molto piacevole, un’esplosione di frutta, lungo, rimane in bocca e vien voglia di berne ancora. Peccato per quel naso, davvero strano. Da abbinarsi a un capretto al forno, ce lo vedo bene. Sicuramente capace di domare qualsiasi piatto importante della tradizione toscana.


d) Brunello di Montalcino DOCG Gianni Brunelli Riserva 2004
Eccoci all’ultimo vino della serata, una riserva. Gianni Brunelli, il mohicano di Montalcino. Produttore profondamente legato a questa terra e alle sue tradizioni. Rigorosamente botte grande, rovere di slavonia. Nel bicchiere si presenta di un vivace rosso rubino, scarico ma lucente. Di razza. Sommerso dai suoi profumi semplicemente roteando il calice. Ottima intensità, complessità in evoluzione: frutta rossa, marasca, fragola, mirtilli, un pizzico di castagna, floreale di campo, lampone, note in evoluzione di cuoio, chiodi di garofano, pepe bianco. Di nuovo un piacevolissimo sottobosco, ribes, poi mirto, ancora fiori, davvero profumi molto eleganti. Bocca notevolissima, un impatto deciso, minerale, acceso. Tannino levigato, trama ed equilibrio perfetti. Una beva impressionante, bocca piena, succosa, mai pesante o fastidiosa, da aprirne subito un’altra di bottiglia. Strepitosa lunghezza, frutto ben presente, davvero nulla da rimproverare per questa Riserva. Anzi, ditemi dove posso comprarne ancora che lo voglio dimenticare in cantina per una decina d’anni. Con cosa possiamo abbinarlo? Selvaggina? Direi tutte le prelibatezze toscane, piatti ricchi, profumati e carichi di struttura: come non citare il classico cinghiale?

Che dire ancora? Passato lo scandalo, ancora grandi prodotti offerti sul mercato. Mi sbilancio: felice del fatto che con l’eccezione del primo vino degustato, gli altri non erano per nulla pronti ma bisognosi di un attento e lungo affinamento in cantina. Segni positivi secondo me, rispettosi di un vitigno e di una produzione che ormai si incammina verso i 200 anni di storia. Un po’ siamo stufi di vini livellati su un gusto semplice, scollegati dal terroir e dalla tradizione. Il Brunello di Montalcino va capito nella sua complessità e nel suo esser un vino vivo che cresce, si evolve e cammina al fianco degli uomini che l’hanno prodotto sui sentieri del tempo. Se per caso vi capitasse un Case Basse sotto mano, allora potrete realmente capire il perché di queste mie sicure convinzioni.

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